La lotta contro il Covid-19 è passata anche da qui. Intervista a Giulia Borsi

Giulia Borsi (Torno Subito 2017) è una delle scienziate che si sta applicando alla ricerca contro il Covid-19. Il suo laboratorio della BOKU-Universität für Bodenkultur Wien è impegnato in una task force internazionale che sta lavorando a rendere maggiormente efficaci i test di immunità necessari per un lento ritorno alla normalità e per mettere a punto un vaccino.


  • Ciao Giulia, credi che Torno Subito abbia dato la spinta verso l’internazionalizzazione della tua figura professionale?
    Decisamente. Torno Subito mi ha aiutata davvero molto nel permettermi di
    perseguire gli obiettivi che nel 2017 mi ero prefissata di raggiungere nel percorso accademico. Non avevo ancora idea che il solo trasferimento in Irlanda mi avrebbe inaspettatamente aperto ulteriori porte, dando il via ad un susseguirsi di opportunità tanto stimolanti quanto impegnative. Ho lasciato l’Italia con l’intenzione di approfondire i concetti della Bioinformatica e di acquisire le basi di alcuni linguaggi di programmazione, ma la realtà è che sono tornata con molte più conquiste di quelle che mi ero prefissata: ho avuto modo di perfezionare sul campo una lingua nelle sue inflessioni folkloristiche e nei tecnicismi del campo scientifico, di relazionarmi con professori e scienziati di altri paesi, di altre specializzazioni, di condividere il mio tempo con gli Irlandesi – un popolo orgoglioso e generoso. Sono riuscita a trovare il coraggio di osare, di chiedere a me stessa un po’ di più mettendo da parte le insicurezze che mi portavo dietro.
    Sono riuscita a trovare il coraggio di sbagliare termini e tempi verbali senza provare vergogna, e a chiedere aiuto lì dove ero cosciente di non poter ancora arrivare. È per questa esperienza positiva che consiglierei a qualsiasi persona che in questo momento fosse dubbiosa se partecipare o meno al bando di Torno Subito, di mettere da parte qualsiasi perplessità e cominciare a scrivere il proprio progetto: qualsiasi esso sia, dovunque vogliate andare.
  • A fine 2018 hai rinunciato alla seconda parte del progetto per accogliere l’offerta come dottoranda presso l’Università BOKU di Vienna, quando ti è stato chiesto di convertire il tuo impiego per occuparti a pieno dell’emergenza coronavirus?
    È accaduto tutto molto improvvisamente. Qualche giorno dopo il lockdown, insieme al mio gruppo di ricerca ho partecipato ad una teleconferenza dove il nostro supervisor spiegava come il Rettorato avesse aderito al progetto Vienna COVID-19 Diagnostics Initiative (VCDI) e il modo in qui questo progetto era stato strutturato. Discutendo sugli elementi necessari alla ricerca, uno dei plasmidi (DNA circolare a doppia elica) che avevo creato qualche settimana prima è sembrato un buon candidato per l’integrazione dei geni che codificano antigeni SARS-Cov2, ovvero uno dei componenti necessari alla realizzazione del test sierologico. Con un mio collega, trasferiremo poi i plasmidi all’interno di alcune linee cellulari che abbiamo ingegnerizzato per la produzione di proteine terapeutiche su larga scala, al fine di velocizzare quanto più possibile il processo di produzione degli antigeni.
  • Quante persone stanno collaborando a questa task force e come funziona il coordinamento con il resto della comunità scientifica?
    A questo progetto, solo in Austria collaborano circa 200 scienziati: ogni team di ricerca ha un compito specifico a seconda della specializzazione e delle strumentazioni a disposizione. Più menti collaborano, più diversi punti di vista si hanno, più nuovi approcci al problema emergono. Il più delle volte, ciò che viene “prodotto” da un gruppo, viene spedito ad un altro team per la validazione, per l’ottimizzazione o per un controllo ulteriore. Ad esempio, ad oggi stiamo clonando DNA che proviene da un altro gruppo di microbiologi di New York. Questa catena di montaggio è suddivisa in sottogruppi, in base al filone di ricerca di ognuno. Ogni quattro giorni ci riuniamo per discutere dei progressi, dei problemi riscontrati e per restare sempre aggiornati sul lavoro svolto dagli altri scienziati.
  • Si parla da alcuni giorni di Fase 2 ovvero un progressivo ritorno alla normalità. I test sierologici possono darci una speranza in tal senso?
    La fase 2, ovvero il progressivo ritorno alla normalità, è legata a doppio filo con i test sierologici. D’altronde chi altro, meglio di loro, potrebbe svelarci chi è immunizzato e può quindi tornare alle normali attività senza il rischio di trasmettere il contagio? Sono interessanti per comprendere meglio che tipo di difesa offrano gli anticorpi al soggetto – anche se è probabile che una protezione, anche limitata, venga già garantita. Inoltre non dimentichiamo che essi svolgono un ruolo importante anche nella messa a punto dei vaccini che sono in via di sperimentazione. Quindi sì, questi test possono senz’altro aiutare sotto molti punti di vista, ma ciò non esclude la necessità di continuare ad agire con prudenza e buon senso. Serviranno mascherine e guanti ancora per diverso tempo.