Il ruolo dell’attore: dal narrare al sapersi raccontare. Intervista ad Alessandro Balestrieri

  • Come sei venuto a conoscenza dell’opportunità di TS?
    Ho scoperto TS grazie ad un conoscente che vi aveva partecipato l’anno precedente al mio. Mi aveva parlato di TS Cinema conoscendo le mie aspirazioni. Poi in realtà io ho svolto un’attività di Work Experience.
  • In cosa consisteva il tuo progetto?
    Il mio progetto mirava a creare dei rapporti tra le istituzioni scolastiche e i partner con i quali ho lavorato per avvicinare le nuove generazioni al teatro e permettere la circuitazione di spettacoli per le scuole. A livello pratico, dopo aver selezionato una serie di spettacoli che potessero avere attinenza con i programmi ministeriali, ho contattato le istituzioni proponendo loro dei pacchetti che prevedevano la visione di uno o più spettacoli seguiti da un incontro con il regista e la compagnia per discutere attorno ai temi trattati e alla costruzione del lavoro. Il progetto ha ottenuto un buon successo. Soprattutto nella FASE I siamo riusciti ad organizzare una decina di matinée coinvolgendo scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari alle superiori!
  • Hai partecipato a TS perché avevi il desiderio di entrare a contatto con un ambiente strutturato dove l’attività teatrale è vista come impresa culturale. Quali differenze hai riscontrato in termini di organizzazione fra le due realtà?
    Le differenze erano sostanziali! Si potrebbe dire le stesse tra un’azienda a conduzione familiare e una multinazionale. Sto esagerando! A Torino (dove ho fatto la FASE I) si trattava di una realtà più strutturata sotto tutti i punti di vista, una realtà con finanziamenti da Ministero, regione, comune e fondazioni private. Mi sono ritrovato in un ufficio. C’era l’ufficio! Un ufficio di un teatro della scena off, quindi non immaginate grattaceli e grandi vetrate, era il foyer del teatro stesso, molto bohémien, ma comunque c’era! Ci lavoravano 6/7 persone ognuna con il suo compito preciso, ognuna con un suo stipendio. Chiaramente era tutto più organizzato. Qui invece non è così. La compagnia è più piccola sebbene muova tantissimo teatro e cultura; non ci sono ruoli veramente definiti (io sono un attore ma mi occupo praticamente di tutto!) e non ci sono stipendi fissi perché non c’è la possibilità. Non abbiamo fondi ministeriali, i comuni con i quali dialoghiamo sono poveri e poi siamo nel Lazio e, ahimè, Roma assorbe quasi tutto. Insomma, si lavora nel caos!
  • Pensi che l’ambiente in cui lavori abbia tratto giovamento dal tuo rientro?
    Sicuramente sì. Ho imparato molto in fase organizzativa. Anche perché lì prendevo parte a tutti gli altri eventi organizzati dal partner e chiaramente davo una mano.
  • Com’è cambiato il tuo mestiere negli ultimi anni e quanto pesa l’attività comunicativa in un settore che – salvo rare eccezioni – si autofinanzia?
    Il mestiere dell’attore è cambiato completamente. Oggi è quasi impensabile essere attori e basta. Bisogna saper fare un po’ tutto per restare a galla. Essendo un settore in cui spesso, come dici giustamente, ci si autofinanzia, per risparmiare cerchi di fare tutto da solo (per quanto possibile). E poi sicuramente oggi interviene la componente dello storytelling. Cioè se non ti sai raccontare, se non fai uno sforzo di comunicazione, quasi non esisti. A meno che tu non sia un nome già affermato, oggi è difficile fare uno spettacolo e portare gente a teatro a vedere il tuo lavoro. Devi creare l’interesse. Poi alla fine siamo sempre 4 gatti! Però tu intanto devi saper fare anche quel lavoro lì.