1520-2020: Raffaello tra Roma e Parigi nel 500esimo anniversario della morte. Intervista a Novella Franco


  • Buongiorno Novella, siamo qui oggi il 6 aprile una data non a caso per quanto riguarda il tuo progetto, per parlare di quello che hai svolto con Torno Subito fino allo scorso autunno e per introdurci alcuni degli oggetti e dei valori del tuo progetto.

La mia esperienza con Torno Subito è stata complessivamente molto positiva. Mi ha dato l’opportunità di lavorare in due prestigiosissime istituzioni, ad un progetto direi altrettanto prestigio ed ambizioso che è la celebrazione dei 500 anni dalla morte di Raffaello. Ho potuto assistere e partecipare in modo molto attivo a due grandi mostre monografiche: una al Castello di Chantilly vicino a Parigi e un’altra alle Scuderie del Quirinale di Roma che è la mostra di riferimento per questo grande anno di celebrazioni. A Chantilly ho trascorso la prima fase di quattro mesi e mi è stato affidato il compito di immaginare questa mostra dall’inizio alla fine, il castello di Chantilly conserva un fondo di disegni importantissimo, con tantissime opere del maestro e dei suoi allievi, nonché tre quadri autografi di Raffaello, quindi si pone come il secondo museo più importante di Francia dopo il Louvre per lo studio di Raffaello.


  • Alle Scuderie del Quirinale invece ti sei occupata di un lavoro diverso…

Esattamente. Mi è stato chiesto di ideare di progettare tutti quegli eventi che sono a supporto della mostra; dei cicli di conferenze; degli incontri; delle visite; dei laboratori didattici. Ho dovuto pensare a dei possibili temi da approfondire e contattare degli specialisti, degli studiosi internazionali che fossero disponibile a intervenire durante queste iniziative.


  • So che ci hai preparato alcune opere.

Le tre Grazie e Il sogno del cavaliere : Queste due opere appartengono al primo periodo in cui l’artista osserva molto gli altri giganti della pittura italiana e comincia a sviluppare il suo proprio stile.

Realizzate tra il 1503 e il 1504, queste due tavolette minuscole, misurano 17 cm x 17 cm, tra la più piccole che Raffaello abbia realizzato, erano state concepite insieme, facevano probabilmente parte di un dittico. Ora sono separate, le tre grazie sono a Chantilly e il sogno del Cavaliere a Londra.

Dal punto di vista iconografico sono abbastanza misteriose poiché sono state presentate tante ipotesi diverse. Si è pensato che i tre pomi fossero un’allusione alle Esperidi. La proposta tradizionalmente accettata dagli storici è che la tavoletta di Chantilly rappresenti appunto le tre Grazie, che incarnano le virtù femminili (amore bellezza e pudicizia).

Naturalmente, essendo un pendant, l’iconografia dell’opera di Londra deve essere legata a quella di Chantilly, da cui la difficoltà dell’analisi dei quadri, poiché il sogno del cavaliere sembra alludere al sogno di Scipione l’Africano, che deve scegliere tra il vizio e la virtù, personificate dalle due donne. Spesso si ha pertanto difficoltà ad associare le tavolette.

Al livello stilistico, invece, non ci sono dubbi sul fatto che siano il prodotto dello stesso slancio creativo: Raffaello sintetizza nei due quadri l’insegnamento dei suoi maestri, Pinturicchio e Perugino. Vi ritroviamo infatti la simmetria delle composizioni, la linea tipicamente umbra, elegante, nitida e precisa, la scarsa espressività dei personaggi e lo spirito classicheggiante delle figure (le tre grazie, qui rese statuarie sono da ricollegare al gruppo scultoreo delle tre grazie presente nella libreria Piccolomini a Siena, dove l’urbinate aveva lavorato con Pinturicchio). Al paesaggio, ideale, non è data molta importanza. Fa da sfondo, da quinta teatrale a delle figure che occupano di fatto tutta la composizione. Non si può dire la stessa cosa della Bella Giardiniera, la prossima opera su cui volevo soffermarmi.


La Bella Giardiniera: Questa splendida madonna accompagnata da cristo e dal san Giovanni battista appartiene alla fine del periodo fiorentino dell’artista, poco prima di partire per Roma.

Sappiamo che Raffaello si spostò definitivamente a Firenze nel 1504, attirato inevitabilmente dalla città che all’epoca ospitava Leonardo da Vinci e Michelangelo. Osservando e lasciandosi ispirare dai suoi contemporanei ma anche dagli artisti fiorentini del 400, Raffaello ha modo di perfezionare il disegno, lo studio prospettico e l’uso del colore. Riceve innumerevoli committenze dalla parte di nobili famiglie fiorentine e si specializza nella produzione di Madonne con il bambino, forse il simbolo dell’arte raffaellesca. Ecco qui nella Bella Giardiniera, come anticipavo, è lampante la quantità di progressi effettuati dal maestro nel giro di pochi anni in fondo. Il gruppo di personaggi è perfettamente integrato in un paesaggio che fa si sempre da sfondo, ma che è curato nei minimi dettagli. La composizione triangolare, il gioco di sguardi e la dolcezza della scena sono le caratteristiche tipiche di tutte le madonne di Raffaello. La Madonna che appartiene comunque alla sfera del divino è rappresentata dall’artista con una grazia, una dolcezza che sono proprie di una madre, di un essere umano che sostiene teneramente il bambino con un gesto appunto materno. Questa fu senz’altro la chiave del successo di queste composizioni.


Baldassare Castiglione : Nella sala espositiva delle Scuderie del Quirinale, il ritratto è stato posizionato nella sala dedicata alla cosiddetta lettera a Leone X. Questa lettera, di un’importanza cruciale, fu redatta da Raffaello e Baldassare Castiglione e presenta i concetti della moderna teoria sulla tutela e la conservazione dei beni culturali, è dunque l’antenato dell’articolo 9 della costituzione.

Baldassare Castiglione fu poeta, autore del celebre “Cortegiano” e ambasciatore alla corte di Urbino ma, prima di tutto, fu un grande amico di Raffaello. Ed è questo rapporto di amicizia che è messo in risalto nell’opera. Non è un ritratto ufficiale, come quello dei coniugi Doni degli Uffizi, è informale ed intimo…il modello non è in posa, sembra quasi una foto spontanea. L’artista urbinate sceglie volutamente i colori tenui, anche per realizzare gli abiti e il cappello, resi comunque con una precisione e un realismo incredibile, l’atmosfera è ovattata, calda e lo sfondo neutro. Tutti questi espedienti sono proprio per concentrare l’attenzione sullo sguardo, su questo magnetici occhi celesti che ci fissano, fino a farci penetrare nella psicologia del personaggio, fino quasi a violarne i pensieri.

Se pensiamo all’impassibilità, il rigore e la frontalità dei personaggi perugineschi, che Raffaello impiega nei suoi primi anni, lo abbiamo visto, qui il salto di qualità è notevole.


La Fornarina : È un’opera emblematica poiché si sa che Raffaello ebbe un rapporto particolare con le donne, Vasari lo descrive come persona molto amorosa et affezionata alle donne. La sua produzione conta in effetti diversi ritratti femminili, nella maggior parte dei quali vi sembra dover riconoscere nel modello Margherita Luti, il suo grande amore. Era la figlia del fornaio di Trastevere, detta proprio dal mestiere del padre, la Fornarina. In questo ritratto è rappresentata seminuda, con questa mano che sorregge il velo e uno sguardo piuttosto malizioso, doveva senz’altro essere destinata a una collocazione privata. Il copricapo fermato con una spilla con perle era tipico dell’epoca, lo ritroviamo nella celebre Velata di Palazzo Pitti dalla quale riprende anche la posizione. Sullo sfondo, dove in origine vi era un paesaggio, riproponendo lo stile leonardesco della Gioconda, è stato poi realizzato un cespuglio di mirto, la pianta cara a Venere. Sul braccio Raffaello si firma: RAPHAEL URBINAS, quasi anche a rivendicarne l’appartenenza. Il rapporto con l’antico ritorna qui con questa rappresentazione di una bellezza ideale, quasi statuaria.


  • Complimenti per la competenza e grazie di averci dato questa finestra artistica, senza il tuo contributo non avremmo mai potuto apprezzare così a pieno questo splendido artista, che ha avuto comunque una vita breve, oggi se ne celebra appunto la sua vita e le sue opere. Volevo concludere con te in questo viaggio immaginario che noi avevamo appunto pensato con quello ci è scritto sulla sua tomba che è poi simbolico dell’eredità ci ha lasciato Raffaello.

Fu un anno il 1520 importantissimo, perché tra l’altro questa morte di Raffaello giunta così nel fiore dei suoi anni e al culmine della carriera, sconvolse letteralmente tutta Roma e tutti i maggiori centri d’Italia. Fu assolutamente una tragedia per il mondo dell’arte. Morì la notte tra il 6 e il 7 aprile dopo giorni di grande febbre. Vi furono diverse ipotesi sulla morte di Raffaello – come sempre quando si tratta di morti misteriose e soprattutto di grandi personaggi – si parla di avvelenamento oppure Giorgio Vasari parla di eccessi amorosi probabilmente facendo allusione ad una malattia venerea. È più facile pensare che fosse semplicemente una febbre che all’epoca si aveva difficoltà a curare facilmente. Raffaello è legato all’antico, questo rapporto con l’antico lo accompagna dall’inizio alla fine e anche nella morte vuole mantenere questo legame facendosi seppellire al Pantheon. L’epitaffio famosissimo che lo celebra fu scritto probabilmente da Pietro Bembo e lo celebra sia come pittore divino e come maestro universale. E recita così: “Qui giace Raffaello da lui quando visse la natura temette di essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire.”